A settembre dello scorso anno, l'avventuriero e imprenditore Steve Fosset si è perso con il suo aereo sul deserto del Nevada. Qualche giorno dopo DigitalGlobe, che possiede i satelliti che forniscono le foto della terra a Google Earth, ha fornito immagini aggiornate della zona. In 3 giorni, grazie al Web, 50 mila persone hanno esaminato oltre 300 mila immagini dell'area alla ricerca del noto miliardario.
Steve Fosset è stato trovato solo ad inizio ottobre del 2008 ma la storia della ricerca collaborativa ha messo sulla bocca di molti una nuova parola: crowdsourcing. Il termine crowdsourcing è modellato su outsourcing: come con l'outsourcing le aziende appaltano ad imprese esterne alcune attività, con il crowdsourcing organizzazioni o singole persone possono delegare alcune attività a persone di tutto il mondo grazie al Web.
Le reti sociali e l'evoluzione tecnologica stanno cambiando non solo il modo con cui le persone comunicano o quello con cui le persone lavorano, ma anche il modo con cui le imprese possono ridisegnare il perimetro delle loro attività di lavoro. Se ben sfruttato, il crowdsourcing velocizza i tempi di realizzazione del lavoro, diminuisce i costi e, soprattutto, crea valore aggiunto grazie alla struttura collaborativa della rete.
Uno degli esempi più chiari, anche se non il più significativo, di questa tendenza è il Mechanical Turk di Amazon. Il sito consente a chiunque di pubblicare dei compiti da eseguire, fissare prezzo e tempo di esecuzione e sottoporlo a tutti gli iscritti al sito che, se completeranno il lavoro, verranno pagati per ciò che hanno fatto.
Le proposte di lavoro pubblicate, chiamate Human Intelligence Tasks o Hit, sono svariate: sbobinatura di interviste in Mp3, valutazione dei risultati di un motore di ricerca o dell'usabilità di un sito, scrittura di brevi articoli e così via. Il sistema di Amazon, online dal 2005, è stato usato anche per la ricerca di Steve Fosset citata ad inizio di questo video.
La folla può essere usata anche per migliorare i propri prodotti. Nel febbraio 2007 il grande produttore di computer Dell ha pubblicato un sito chiamato IdeaStorm con l'obiettivo di ricevere suggerimenti da parte degli utenti su come migliorare la propria linea di computer. Il sito ha avuto un buon successo, migliaia di navigatori hanno suggerito miglioramenti e caratteristiche tanto che la nuova linea Studio del produttore americano deriva direttamente dai suggerimenti ricevuti dagli utenti.
Ancora: Map Share è un sistema integrato nei navigatori Tom Tom che permette di modificare le mappe non aggiornate del proprio dispositivo e condividerle online con tutti gli utenti registrati al servizio. Secondo Tom Tom grazie a questo servizio sono stati condivisi 3 milioni di correzioni, migliorando la qualità del prodotto e l'esperienza degli utenti.
Ma crowdsourcing non è solo un modo per migliorare il business di un'azienda ma può essere definito così qualsiasi cosa faccia leva sulla rete per suddividere in piccoli compiti grandi lavori e creare valore. Rientrano in questa categoria anche casi di grande successo spontaneo come Wikipedia, la grande enciclopedia collaborativa, iStockPhoto, il magazzino di fotografie professionali a pagamento o Current TV, la televisione collaborativa promossa da Al Gore.
Ma come si può trasformare una massa di clienti o appassionati in una forza capace di sostenere grandi progetti? Jeff Howe, il giornalista che ha coniato il termine e lo ha descritto in un libro, non ha dubbi: la prima regola è trasformare la propria azienda, le proprie risorse umane, in una community e coltivarla quotidianamente, ma senza pensarli come semplici dipendenti.
I dipendenti di un'azienda possono essere obbligati a svolgere dei compiti, chi partecipa ad una comunità lo fa solo per il proprio piacere e può smettere di farlo con un solo clic. Non è, per riprendere una frase del fondatore di iStockPhoto, la comunità che lavora per l'azienda ma è l'azienda che deve lavorare per la comunità: strutturandola, stimolandola, coinvolgendola. Se la si tratta con sufficienza si fa la fine di iReport.
iReport è il sito della CNN che consente a tutti di inviare notizie che non vengono né controllate, né filtrate né adattate dallo staff. Ad inizio ottobre il sito ha fatto un passo falso: un falso articolo su un infarto occorso al fondatore della Apple Steve Jobs è comparso sulle sue pagine. Le azioni della produttrice dell'iPod sono crollate del 5 per cento e la SEC, l'organo di controllo della borsa americana, ha aperto un'inchiesta. iReport non è un bell'esempio di crowdsourcing.