Da inizio novembre chi utilizzava gratuitamente Google Maps su alcuni profili internet Vodafone per farlo ancora dovrà pagare un manciata di euro. Questo accade perché Vodafone può controllare i contenuti che passano sulla propria rete: alcuni sono gratuiti, altri no. Questo potrebbe accadere anche sulle normali connessioni a banda larga casalinghe, se si viola quella che è chiamata la neutralità della rete, la network neutrality.
Il modello dell'internet da quando è nata, almeno quella su cavo, si basa sul concetto di neutralità. L'utente e i siti pagano i propri provider per avere accesso alla rete e i dati possono transitare senza discriminazione all'interno di questa rete. Non si fa differenza, o almeno non se ne dovrebbe fare, fra contenuti diversi, fra servizi diversi e fra mittenti e destinatari diversi.
Ma le reti dei provider costano molto, il volume dei dati aumenta e i prezzi degli abbonamenti sono in discesa. Inoltre c'è da costruire, per lo sviluppo dei servizi internet del futuro, una nuova rete a fibre ottiche e molto più veloce, la cosiddetta Next Generation Network. Per questo motivo chi possiede le reti cerca da anni di far breccia nel concetto di neutralità.
Comcast è uno degli esempi più lampanti di parzialità della rete, il contrario di net neutrality. Quello che è uno dei maggiori provider americani da qualche tempo ha cominciato a filtrare il traffico peer to peer: troppa banda sprecata, troppi costi da sostenere per garantire lo scaricamento di file. Il provider non agisce come un gestore neutrale, ma decide quali sono i servizi che possono girare e quali no.
L'esempio delle reti cellulari è ancora più calzante. Queste hanno generalmente due profili di connessione ad Internet: uno chiamato Wap e uno chiamato Web. Le connessioni Wap non sono vere e proprie connessioni ad Internet: il provider seleziona una serie di servizi, Facebook, Google, servizi meteo, qualche portale di notizie, e li mostra su una pagina compresi nell'abbonamento, per gli altri si deve pagare.
È come se ci fossero due Internet: quella vera, che è esclusa dall'abbonamento e va pagata a parte e a caro prezzo, e quella selezionata dal provider e compresa nell'abbonamento, molto molto ristretta. I servizi che vengono forniti nell'Internet ristretto sono naturalmente scelti dal provider: saranno quelli che hanno un impatto minore sull'infrastruttura o quelli con cui il provider riesce a stringere accordi commerciali.
Questi sono casi limite, ma possibili in una rete non neutrale in cui chi controlla l'infrastruttura può discriminare quali contenuti o quali servizi possono essere visualizzati dall'utente o quali possono avere una precedenza rispetto agli altri. Certo: si possono scegliere connessioni ADSL più veloci, abbonamenti più costosi, servizi di maggiore qualità, ma il provider deve trattare i pacchetti senza discriminazione.
Le compagnie telefoniche schierate su questo fronte sono diverse e agguerrite, sia negli Stati Uniti sia in Europa. La Commissione europea sta studiando una riforma globale del settore delle telecomunicazioni in cui potrebbe essere introdotto, sebbene in forme lievi, il concetto di net neutralità. L'Etno, l'associazione europea degli operatori di telecomunicazioni, si è detta "preoccupata" della direzione presa dalla commissione.
Sullo sfondo c'è un conflitto fra i grandi network e i provider di contenuti. Oggi Youtube genera lo stesso traffico dell'intera rete Internet del 2000 e le compagnie telefoniche vedono passare sotto il loro naso troppi soldi che non riescono a monetizzare come si deve. L'amministratore delegato di AT&T ha spesso dichiarato che non sopporta il fatto che Google usi gratis le sue linee.
Per questo sono allo studio modelli alternativi. Tra le preoccupazioni maggiori per chi si oppone alla Net Neutrality vi è anche la cosiddetta termination fee: un balzello che i produttori di contenuti dovranno pagare per far passare i servizi sulla rete dei provider oppure per assicurare loro un canale preferenziale.
Per questo tra i primi e più agguerriti oppositori della parzialità della rete c'è Google che, per bocca del suo amministratore delegato e sui suoi canali ufficiali, ha più volte espresso preoccupazioni su una possibile modifica del principio di neutralità. Google è in buona compagnia: a favore della Net Neutrality ci due "padri dell'Internet" come Tim Berners Lee e Vinton Cerf.